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Superiorità
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Tigre per la coda
Con queste mani
Un secchio d'aria
Il rullo delle dune
Gli idioti in marcia

Gli idioti in marcia

The Marching Morons

Di C.M. Kornbluth

Galaxy Science Fiction, aprile

 

Qui abbiamo di nuovo l'amaro, divertente e tragico Cyryl Kornbluth, con questa storia affascinante quanto discutibile. È il suo lavoro più famoso, è stato ristampato almeno una dozzina di volte nell'ambito della fantascienza, ed è stato scelto dall'Associazione degli Scrittori di Fantascienza d'America per essere incluso in The Science Fiction Hall of Famenel 1973. Non sono del tutto sicuro che appartenga di diritto a questo libro, poiché questa serie di antologie è dedicata al meglio del passato, non al più famoso. La premessa che sta al centro di «Gli idioti in marcia» è che l'intelligenza viene ereditata geneticamente. Ma che per questo motivo l'«intellighenzia» debba avere un sacco di bambini, è quanto meno da dubitare. Ma... cosa ci dice questa storia degli atteggiamenti della comunità fantascientifica? - M.H.G.

 

La mia sensazione è che in questa storia Cyril abbia sfogato la sua bile personale contro l'universo. Era un bambino prodigio che si metteva sempre nei guai con gli altri bambini (e anche con gli adulti) poiché la sua intelligenza pronta e la sua lingua veloce potevano smascherare la stupidità... e finivano per farlo. Questo non è molto insolito fra gli scrittori di fantascienza, e molti di loro, come risultato, hanno vissuto una giovinezza infelice.

In effetti, io stesso ho avuto una certa dose di guai, ma ho avuto più fortuna di tanti altri. In primo luogo, il fatto di essere scaltro di cervello mi piaceva, e per questo mi piacevano a maggior ragione gli ottusi che mi stavano intorno, poiché mi davano conferma della mia acutezza, e questo mi riempiva di compiacimento. In secondo luogo, imparai in fretta a pronunciare giudizi e spiritosaggini autodenigratori quando gli altri mi sentivano (devo questo a Jack Benny) e scoprii che, grazie a questo, mi veniva perdonata qualunque altra cosa.

Cyril, al contrario, era profondamente infelice per il fatto di trovarsi in un mondo che non era concepito per lui, e non imparò mai a non snudare i denti della sua intelligenza. «Gli idioti in marcia» rappresenta il suo modo di vedere l'umanità, e praticamente chiunque sia dotato d'intelligenza si troverà ad essere solidale con Cyril nei momenti difficili. Tutte le volte che Janet ed io incontriamo qualche esempio di presuntuosa stupidità in altri, che complica inutilmente la nostra vita, sospiriamo e diciamo: «Sono gli idioti in marcia», e questo ci aiuta a sopravvivere. - I.A.

 

Alcune cose non erano cambiate. Una ruota da vasaio era sempre una ruota da vasaio, e l'argilla era sempre l'argilla. Efim Hawkins aveva impiantato il suo laboratorio vicino al lago Goose, dove aveva trovato una striscia di buona argilla grassa e una stretta spiaggia di sabbia bianca. Aveva acceso il fuoco in tre forni a collo di bottiglia con carbonella di salice raccolto nel bosco. Il bosco era anche utile a compiere delle lunghe passeggiate mentre i forni si raffreddavano; se fosse rimasto accanto ad essi, li avrebbe aperti prematuramente, impaziente di vedere le nuove forme e gli smalti prodotti dal fuoco e... ping!... le nuove forme e i nuovi smalti sarebbero serviti soltanto ad aumentare il mucchio di cocci dietro alle sue vasche di maturazione dell'impasto.

Una riunione d'affari aveva raggiunto il punto culminante nel suo laboratorio (un modesto cubo di mattoni, con tetto e tegole) quando il «razzo» Chicago-Los Angeles passò tonando sopra le loro teste - molto rumoroso, molto aerodinamico, con i getti molti fiammeggianti, la forma snella e veloce d'un barracuda volante.

L'acquirente di Marshall Fields stava rigirando una caraffa da un litro, smaltata di nero, annuendo la sua approvazione con la bella e grossa testa. «Questa è davvero graziosa» disse ad Hawkins e al proprio segretario, Gomez Laplace. «Ha un bel po' di quelli che chiameresti principi estetici. Sì, è davvero graziosa».

«Quanto?», chiese il segretario rivolto al vasaio.

«Sette e cinquanta la dozzina» rispose Hawkins. «Ne ho fabbricate quindici dozzine il mese scorso».

«Sono davvero estetiche» ripeté l'acquirente di Marshall Fields. «Le prendo tutte».

«Non credo che possiamo farlo, dottore» intervenne il segretario. «Ci costerebbero 1.350 dollari. Ci resterebbero soltanto 532 dollari del nostro bilancio quadrimestrale. E dobbiamo ancora scendere a East Liverpool, ad acquistare qualche servizio di piatti a buon mercato».

«Servizio di piatti?» chiese l'acquirente, la larga faccia piena di meraviglia.

«Servizi di piatti. Ormai sono due mesi che il reparto ne è senza. Il signor Garvy-Seabright ci ha fatto una scenataccia proprio ieri. Non ricorda?»

«Garvy-Seabright, quel testa di cavolo d'un bigotto» commentò con disprezzo l'acquirente. «Non ne capisce niente di estetica. Perché non mi lascia dirigere il mio reparto?» Il suo sguardo si posò su una copia unta e bisunta di Whambozambo Comix. L'arraffò, e si sedette. Di tanto in tanto una risatina cavernosa o un grugnito di sorpresa gli sfuggivano, mentre voltava le pagine.

Senza più interruzioni, il vasaio e il segretario dell'acquirente conclusero in fretta l'affare per due dozzine di caraffe da un litro. «Vorrei che potessimo comperarne di più» dichiarò il segretario. «Ma ha sentito quello che gli ho detto. Abbiamo dovuto mandar via dei clienti che volevano dei servizi di piatti a buon mercato, perché aveva dato fondo al bilancio dell'ultimo quadrimestre per certi salvadanai messicani di terracotta che qualche importatore ugualmente entusiasta era riuscito a rifilargli. Il quinto piano ne è pieno fino al soffitto».

«Scommetto che sono molto, ma molto estetici».

«Sono dipinti con sugo rosso di cactus».

Il vasaio rabbrividì e accarezzò lo smalto della brocca-campione.

L'acquirente sollevò lo sguardo e tuonò: «Non avete ancora smesso di blaterare, voi due pupazzi? A cosa serve un segretario, se non ti toglie di dosso il fastidio dei particolari, eh?»

«Abbiamo finito, dottore. È pronto a partire?»

L'acquirente grugnì, irritato, lasciò cadere la copia di Whambozambo Comix sul pavimento e si avviò fuori del laboratorio lungo la strada pavimentata di tronchi d'albero che portava all'autostrada. La sua macchina aspettava sul cemento. Come tutte le automobili di quegli anni, aveva una carrozzeria troppo bassa per avanzare sui tronchi. Si calò dentro la macchina e avviò il motore con un rombo e una vivida scarica di scintille.

«Gomez Laplace» il vasaio chiamò, ora che era protetto dal rombo del motore. «È saltato fuori niente da quel programma sulle radiazioni sul quale stavamo lavorando l'ultima volta che ero di servizio al Polo?»

«Sempre il solito errore» replicò, cupo, il segretario. «Ci ha bloccato ogni ricerca sulle mutazioni, sulla selezione, sulla segregazione, e adesso ci ha anche bloccato sull'ipnosi».

«Be' fra nove giorni dovrò ritornare alla solita corvée. Adesso devo andare a fare un'altra infornata. Ho un nuovo smalto da provare...»

«Sentirò la tua mancanza. Io mi farò una 'vacanza'... a dirigere la sezione progetti della New Century Engineering Corporation a Denver. Devono costruire un edificio per uffici di duecento piani, e naturalmente dev'esserci qualcuno a portata di mano».

«Naturalmente» annuì Hawkins, con un agro sorriso.

Vi fu una strombettata da spaccare i timpani quando l'acquirente schiacciò il pulsante del clacson. Inoltre, una fiammata alta un metro schizzò fuori dal tappo del radiatore: la centrale motrice della macchina era una turbina a gas e non aveva radiatore.

 

«Arrivo, dottore» disse il segretario, scoraggiato. Si calò dentro la macchina, e questa partì in un turbinio di fiammate e ruggiti.

Il vasaio, depresso, ripercorse il viottolo di tronchi d'albero e contemplò i suoi forni che si stavano raffreddando. Il vento che frusciava tra le fronde nascondeva lo scricchiolio e il borbottio dei mattoni refrattari che si contraevano. Hawkins s'interrogò sul forno numero due: un fuoco attentamente misurato su una partita di boccali smaltati. L'argilla ficcata nelle fessure era riuscita ad escludere l'aria esterna. La fiamma aveva fumato a sufficienza. Avrebbe causato danni, se avesse aperto per dare un'occhiata da vicino...

Il buonsenso agguantò Hawkins per la collottola e lo trascinò fino al capanno degli arnesi. Tirò fuori il piccone e si allontanò con passo deciso verso un terreno tutto protuberanze che avrebbe potuto fornirgli degli ossidi. Era a corto specialmente di ossidi di rame.

La lunga camminata l'inzuppò di sudore, ma servì ad assopire, anche se non a cancellare, la bramosia di guardare dentro il forno. Fece roteare il piccone quasi a casaccio e lo calò su una delle protuberanze; urtò con un forte clangore contro una pietra intorno alla quale si mise subito a scavare, per metterla allo scoperto. Una grande iscrizione semicancellata dal tempo diceva:

 

ERSITÀ DI CHIC

LABO         OGICO

MATA MEMORIA DI

UCCISO IN AZIO

 

Il vasaio pronunciò a bassa voce alcune imprecazioni. Aveva sperato che quel terreno si rivelasse un cimitero, preferibilmente di quelli un tempo alla moda, pieni di bare di bronzo ridotte a mucchi di ossidi di rame e stagno.

Bene, per l'inferno, forse lì intorno ce n'era ugualmente qualcuna.

Svogliatamente, si avvicinò a una protuberanza leggermente più piccola, e vi affondò dentro il piccone. Incontrò una pietra, che riuscì a scalzare e a far ruzzolare in un fosso, e a questo punto fu molto contento di aver insistito, poiché le sue narici furono colme d'un acre odore e il terriccio era tinto, con sua viva soddisfazione, del colore azzurro dei sali di rame. Il piccone fece clang! Hawkins, sbuffando, facendo leva con il piccone, sollevò una lastra d'acciaio inossidabile che pure era qua e là macchiata e recava delle lettere incise. Pareva essersi staccata da una superficie di bronzo imputridito. Dietro, aveva ancora i bulloni con appiccicate scaglie d'una crosta verdastra. Il vasaio ripulì la lastra dal terriccio con la manica, tornò a girarla per esporla obliquamente ai raggi del sole, e lesse:

 

HONEST JOHN BARLOW

 

Honest John, famoso negli annali dell'università, rappresenta una sfida alla quale la scienza medica non ha ancora dato risposta: la resurrezione di un essere umano finito accidentalmente in una condizione di animazione sospesa.

Nel 1988 il signor Barlow, un rinomato agente immobiliare di Evanston, andò dal suo dentista per farsi curare un dente del giudizio cariato. Il dentista chiese e ottenne il permesso d'impiegare un anestetico sperimentale, il cicloparadimentanolo-B-7, messo a punto dall'università.

Dopo la somministrazione dell'anestetico, il dentista ricorse al trapano. Per uno sfortunato capriccio della sorte, un corto circuito del suo apparecchio scaricò una corrente a 220 volt e 60 cicli nel paziente. (Nella causa per danni intentata dalla signora Barlow contro il dentista, l'università e la ditta costruttrice del trapano, una giuria decise a favore degli accusati). Il signor Barlow non si era mai più alzato dalla poltrona del dentista e si ritenne che fosse rimasto fulminato o morto per avvelenamento, o entrambe le cose.

Gli addetti alle pompe funebri che si stavano accingendo a prepararlo per l'imbalsamazione si accorsero però che il soggetto - anche se di sicuro non era vivo - con altrettanta sicurezza non era morto. L'università fu tempestivamente avvertita e s'iniziò una lunga serie di test, compreso il tentativo di riprodurre l'identico stato di animazione sospesa su alcuni volontari. Ma dopo una sfortunata serie di sette casi tutti conclusi con la morte del soggetto, i tentativi vennero abbandonati.

Honest John rimase per lungo tempo esposto nel museo dell'università e ravvivò molte partite di football come mascotte dei Blue Crushers, la squadra dell'università. Ogni limite del buon gusto, però, fu superato quando, per una scommessa organizzata dalla Sigma Delta Chi, nello '03 Honest John fu «rapito» dalla bacheca del museo, assai scarsamente sorvegliata, e introdotto nelle docce della palestra femminile del Rachel Swanson Memorial.

Il 22 maggio 2003 il consiglio dei reggenti dell'università emanò il seguente ordine: «Per voto unanime, si stabilisce che i resti di Honest John Barlow vengano rimossi dal museo dell'università e tradotti nei laboratori di biologia Luogotenente James Scott III, della medesima università, per venirvi rinchiusi al sicuro in una camera sotterranea all'uopo predisposta. Viene inoltre stabilito che sia presa ogni possibile misura per la conservazione di queste spoglie da parte dei responsabili del laboratorio, e che l'accesso a questi resti sia negato a chiunque salvo a studiosi qualificati i quali abbiano ricevuto l'autorizzazione scritta del consiglio. Il consiglio intraprende quest'azione con riluttanza a causa dei recenti articoli e delle fotografie comparsi sulla stampa nazionale i quali, a dir poco, gettano non poco discredito sull'università».

 

Era lontano dal suo campo di competenza, ma Hawkins comprese cos'era successo: era, sostanzialmente, un'involontaria e del tutto accidentale applicazione del sistema di anestesia da shock di Levantman, che da tempo era stato sostituito con altre tecniche più confacenti. Per far uscire i soggetti dallo shock di Levantman era sufficiente una spruzzatina di comunissimo sale sul nervo trigemino. Interessante. E adesso, il bronzo...

Conficcò il piccone nei putrescenti sali verdi, non aspettandosi nessuna resistenza, e quasi si fratturò il polso. C'era qualcosa di solido, là sotto. Hawkins cominciò a rimuovere le scaglie d'ossido.

Mezz'ora di lavoro gli consentì di arrivare al bronzo fosforato, una enorme forma di metallo quasi incorruttibile. Nel corso dei secoli si era indebolito strutturalmente. Hawkins riuscì ad infilare la punta del suo piccone sotto una borchia corrosa ed a staccare larghe strisce crepitanti e gementi di quella sostanza. Desiderò ardentemente di avere con sé un archeologo, ma non si sognò neppure di tornare al laboratorio per chiamare uno che si occupasse, con più competenza, di quel ritrovamento. Lui era un uomo dalle molte doti: per scelta, nel suo tempo libero, era un artista con l'argilla e gli smalti. Per necessità era un ingegnere meccanico, elettronico e atomico, il quale era anche in grado di realizzare un progetto per regolare il traffico, di occuparsi di psicologia individuale e di gruppo, di lavorare come architetto o progettista di strumenti. Non si metteva a chiamare a gran voce uno specialista tutte le volte che saltava fuori qualcosa che esulava dal suo campo: ce n'erano così pochi, di specialisti, e avevano tanto da fare...

Scavò un fosso intorno al suo ritrovamento, scoprendo che si trattava d'una grande massa di bronzo a forma di parallelepipedo, che, urtata, dava un promettente suono cavo. Una lunga striscia di metallo corroso venne via da una delle superfici verticali, mettendo allo scoperto una ruggine rossastra che venne risucchiata all'interno con un sibilo.

Là dentro, pensò Hawkins, doveva essere stato fatto il vuoto, e doveva anche esserci stato un rivestimento interno di vetro che si era cristallizzato nel corso dei secoli, sbriciolandosi in silenzio al suo primo colpo di piccone. Lui non sapeva cosa poteva fare il vuoto ad un soggetto colpito dallo shock di Levantman, ma nutriva delle speranze: non capiva affatto come mai potesse essere un agente immobiliare... aveva forse qualcosa a che fare con le ceramiche. Ma qualunque cosa fosse, poteva avere la sua importanza nei confronti del Problema Numero Uno.

Lanciò il piccone fuori del fosso, si tirò su e si avviò a passi veloci verso il suo laboratorio. Frugando un po' in giro, trovò una siringa; e in cucina trovò del sale in un barattolo di plastica.

Tornato allo scavo, sbrecciò a colpi di piccone per un'altra mezz'ora la massa di bronzo, fino a mettere a nudo la giuntura del coperchio e il corpo della cassa metallica. I cardini erano inutilizzabili, e li fracassò.

Hawkins, quindi, allungò il manico telescopico del piccone per fare meglio leva, conficcò la punta in un profondo incavo, regolò la posizione del fulcro, e premette con forza. Per cinque volte di seguito ripeté la spinta, e riuscì a vedere, all'interno, quella che gli parve una statua di marmo. Altre dieci spinte, e infine poté accertare che si trattava del corpo nudo di Honest John Barlow, agente immobiliare di Evanston, non corrotto dal tempo.

Il vasaio trovò l'apice del nervo trigemino e con la punta dell'ago della siringa gli iniettò sei centimetri cubi di soluzione salina.

Entro un'ora, il petto di Barlow cominciò a pompare ritmicamente.

Passò un'altra ora e disse, con voce raschiante: «Ha funzionato?»

«Ha funzionato!» borbottò Hawkins.

Barlow aprì gli occhi e si mosse, abbassò lo sguardo su di sé, mosse le mani davanti agli occhi...

«Le farò causa!» urlò.«I miei vestiti! Le mie unghie!» Un orrido sospetto si dipinse sul suo volto, e si batté le mani sul cranio senza capelli.«I miei capelli!» gemette. «Le farò causa e le farò sputare fino all'ultimo centesimo che possiede. Quell'autorizzazione non significherà un maledetto bel niente in tribunale... non ho certo firmato per dar via i miei capelli, i vestiti e le unghie!»

«Ricresceranno» replicò Hawkins senza scomporsi. «Anche la sua epidermide. Quelle parti di lei non erano vive, capisce, così non sono state conservate come il resto della sua persona. Ma ho proprio paura che i vestiti se ne siano andati».

«Cos'è questo... l'ospedale dell'università?» volle sapere Barlow. «Voglio un telefono. No. Telefoni lei. Dica a mia moglie che sto bene e dica a Sam Immerman - è il mio avvocato - di correre subito qui. Greenleaf 7-4022. Ough!» Aveva cercato di rizzarsi a sedere, e una porzione della sua pelle rosea aveva sfregato contro la superficie interna della bara, la quale era coperta dalla polvere dell'antico vetro cristallizzato. «Cosa diavolo mi avete fatto... mi avete bollito vivo? Oh, la pagherete per questo!»

«Lei sta bene» interloquì Hawkins, desiderando adesso di avere con sé un manuale di consultazione per chiarire il significato di molti termini oscuri. «La sua epidermide ricomincerà a crescere immediatamente. Lei non si trova all'ospedale. Guardi qui».

Porse a Barlow la piastra di acciaio inossidabile che aveva descritto il contenuto della bara. Dopo un'occhiata sospettosa, l'uomo cominciò a leggere. Quand'ebbe terminato, appoggiò la piastra sull'orlo della cavità, e rimase in silenzio per un po'.

«Povera Verna» disse alla fine. «Qui non specifica se è stata lei che ha dovuto pagare le spese del tribunale. Lei non sa per caso se...»

«No» rispose il vasaio. «Non so niente di più di quello che è scritto sulla piastra, e il modo in cui l'ho fatta rivivere. Incidentalmente, il dentista le ha dato una dose di quella che noi chiamiamo anestesia da shock di Levantman. Non l'abbiamo più usata da secoli; era troppo potente, pericolosa».

«Secoli...» rifletté l'uomo. «Secoli... Scommetto che Sam l'ha truffata, succhiandole anche il sangue. Povera Verna. Quanto tempo è passato? In che anno siamo?»

Hawkins scrollò le spalle. «Noi lo chiamiamo 7-B-936. Non credo che questo l'aiuti. Ci vuole molto tempo perché questi metalli si ossidino».

«Come in quel film» bofonchiò Barlow. «Chi l'avrebbe mai immaginato? Povera Verna!» Singhiozzò e respirò rumorosamente, ricordando ad Hawkins in maniera inequivocabile che era stato trovato sotto una roccia piatta.

Quasi con rabbia, il vasaio gli chiese: «Quanti bambini aveva?»

«Nessuno, ancora» rispose Barlow, continuando a respirare rumorosamente. «La mia prima moglie non ne aveva voluti. Ma Verna ne vuole... ne voleva uno. Ma aspetteremo... stavamo aspettando fino a quando...»

«Naturalmente» annuì il vasaio, provando un selvaggio desiderio di sgridarlo, di mandarlo all'inferno e di tornare al proprio lavoro. Ma represse l'istinto. C'era il problema a cui pensare: c'era sempre il problema a cui pensare, e quel poveraccio tutto singhiozzi poteva inaspettatamente fornire una indicazione. Hawkins avrebbe dovuto passarlo ad altri.

«Venga» disse Hawkins. «Ho poco tempo».

Barlow sollevò lo sguardo, con aria offesa. «Come può essere così insensibile? Sono un essere umano come...»

Il «razzo» Los Angeles-Chicago passò tonando sopra le loro teste e Barlow s'interruppe nel mezzo della protesta. «Bello!» mormorò in un sospiro, seguendolo con lo sguardo. «Bello!»

Si arrampicò fuori dello scavo, troppo interessato adesso per prestare attenzione al dolore causato dalla ruvidità contro la sua pelle infantile. «Dopotutto» disse, in tono vivace «questa faccenda dovrebbe avere il suo lato positivo. Non ho mai avuto una grande passione per la lettura, ma questa è proprio come una di quelle storie... E io dovrei riuscire a tirarne fuori un bel po' di quattrini, non è vero?» Rivolse ad Hawkins un'occhiata scaltra.

«Vuole soldi?» gli chiese il vasaio. «Ecco qua». Gli porse una manciata di monete e di banconote. «Farà meglio a mettersi le mie scarpe. Sarà press'a poco un quarto di miglio. Oh, per caso lei è... uh, pudibondo... sì, è questa la parola. Ecco, tenga qua». Hawkins gli diede i suoi calzoni, ma Barlow, tutto eccitato, stava contando i soldi.

«Ottantacinque, ottantasei... e sono ancora dollari! Avrei creduto che sarebbero stati crediti, o qualunque altro nome vi foste inventati. 'E Pluribus Unum' e 'Liberty'... soltanto le facce sono diverse. Senta, non è un trucco? Sono veri, genuini, onesti dollari come quelli che avevamo noi, oppure soltanto carta da parati?»

«Sono a posto, glielo garantisco» replicò il vasaio. «Vorrei che si spicciasse a venir via. Ho fretta».

Barlow continuò a cianciare mentre camminavano con passo pesante verso il laboratorio. «Dove stiamo andando... dal Consiglio degli Scienziati, dal Coordinatore del Mondo... qualcosa del genere?»

«Chi? Oh, no. Li chiamiamo 'presidente' e 'congresso'. Ma no, non servirebbe a niente andar da loro. La sto soltanto accompagnando a incontrare certa gente».

«Dovrei guadagnare un sacco da questa storia. Un sacco! Potrei scrivere dei libri... trovare qualche tipo sveglio disposto a metterli in parole per me, e scommetto che potrei farne saltar fuori un best-seller. Come ci si organizza per faccende del genere?»

«Press'a poco così, appunto. Con giovanotti svegli e scaltri. Ma non ci sono più best-seller. Al giorno d'oggi la gente non legge molto. Le troveremo qualcosa di ugualmente remunerativo da fare».

Una volta arrivati al laboratorio, Hawkins diede a Barlow dei vestiti, lo scaricò nell'anticamera, quindi chiamò la Centrale a Chicago. «Portatelo via» li supplicò. «Ho giusto il tempo per un'altra cottura, e lui continua a cianciare e a cianciare. Non gli ho detto niente. Forse dovremmo lasciarlo libero... che si trovi da solo il suo livello, ma c'è una possibilità...»

«Il problema» concordò la Centrale. «Sì, c'è una possibilità».

Il vasaio deliziò Barlow preparando una tazza di caffè con un cubetto che non soltanto si scioglieva nell'acqua fredda, ma la riscaldava fino alla temperatura di ebollizione. Per ammazzare in qualche modo il tempo, Hawkins chiacchierò del «razzo» che Barlow aveva tanto ammirato, ma dovette azzittirsi di colpo: era stato quasi sul punto di dire all'agente immobiliare qual era veramente la sua velocità... in effetti, era stato sul punto di rivelargli che non era un razzo.

Gli rincresceva aver dato con tanta disinvoltura a Barlow duecento dollari. Quell'uomo pareva ossessionato dal timore che non valessero niente, poiché Hawkins aveva rifiutato di accettare una ricevuta, una qualunque garanzia di restituzione. Ma il vasaio non poteva addentrarsi nei particolari, e fu parecchio sollevato quando giunse il tizio della Centrale.

«Tinny-Peete da Algeciras» gli disse in fretta l'incaricato della Centrale, quando s'incontrarono sulla porta. «Psichista per il Propo. Incaricato speciale del Polo per prendere Barlow in consegna».

«Grazie al cielo» commentò Hawkins. «Barlow» disse all'uomo venuto dal passato «questo è Tinny-Peete. Si prenderà cura di lei e l'aiuterà a fare un sacco di soldi».

Lo psichista si fermò a bere una tazza di caffè, preparata nel modo che aveva deliziato Barlow, poi scortò Barlow lungo il sentiero di tronchi d'albero fino alla macchina, lasciando il vasaio a riflettere se potesse o no, adesso, aprire i suoi forni.

Hawkins, tralasciando d'un tratto Barlow e il problema, cominciò a togliere l'argilla che sigillava le fessure tutt'intorno allo sportello del forno numero due, socchiudendolo. Una raffica di calore e l'esaltante sentore del fumo prodotto da una fiamma riducente lo deliziarono. Aguzzò gli occhi e vide l'angolo d una mensola che ardeva d'un bel rosso-ciliegia il quale si stava ormai affievolendo formando tremolanti bordure nere man mano che perdeva calore attraverso lo sportello aperto. Fece scivolare una spatola di legno semicarbonizzata sotto un boccale sulla mensola e lo tirò fuori come campione. I peli sul dorso della sua mano si arricciarono e bruciarono. Il boccale crepitò producendo un colpo secco, metallico, e Hawkins esalò un sospiro di felicità.

Lo smalto di resina al bismuto si era cotto alla perfezione. Un affascinante strato di metallo nero-argento mostrò insoliti riflessi bluastri quando lo girò davanti agli occhi... e in quel momento il problema della popolazione parve ad Hawkins qualcosa di molto remoto.

Barlow e Tinny-Peete arrivarono all'autostrada di cemento dove la macchina dello psichista era parcheggiata in una piazzola di sicurezza.

«Che...barca!» rantolò l'uomo del passato.

«Barca? No, quella è la mia macchina».

Barlow l'esaminò con reverenza. Profilo aerodinamico, un'armonia di curve pronunciate, chilogrammi di cromature. Passò la mano sulla portiera - ma era una portiera? - nella futile ricerca d'una maniglia, e chiese con rispetto: «Che velocità fa?»

Lo psichista gli rivolse un'occhiata penetrante e gli disse, scandendo le parole: «Duecentocinquanta. Può vederlo sul tachimetro».

«Uei! La mia vecchia Chévy poteva farne cento in rettilineo, ma lei è fuori della mia classe, signor mio!»

In qualche maniera Tinny-Peete aprì l'enorme, bassa portiera, e Barlow scese tre gradini, lasciandosi affondare sulla destra su degli immensi cuscini. Era troppo affascinato per prestare seriamente attenzione alla sua pelle scuoiata. Il cruscotto era un attraente groviglio di quadranti, spine, indicatori, luci, scale graduate e interruttori.

Lo psichista entrò a sua volta e si calò sul sedile del conducente e fece qualcosa con i piedi. Il motore si mise in moto e fu come se fosse stata accesa una fiamma ossidrica grande come un silo. Sguazzando e rigirandosi sui cuscini, Barlow vide attraverso uno specchietto retrovisore un tremendo scappamento che era un turbinio di scintille accecanti.

«Le piace?» gli gridò lo psichista.

«È formidabile!» gli gridò Barlow in risposta. «È...»

Venne azzittito quando la macchina uscì dalla piazzola sul lato della strada con un titanico vuu-uuu-uuum! La testa di Barlow venne investita da una raffica violenta, malgrado i finestrini sembrassero chiusi; l'impressione d'una tremenda velocità era formidabile; trovò il tachimetro sul cruscotto e lo vide arrampicarsi oltre i 90, 100, 150, 200...

«Abbastanza veloce per me» gli gridò lo psichista, notando che come reazione Barlow faceva il muso lungo. «Radio?»

Gli passò un oggetto sorprendentemente leggero grande come un casco da football. Ma senza fili penzolanti, e gli indicò una fila di pulsanti. Barlow s'infilò il casco, contento che il rombo dell'aria venisse azzittito, e schiacciò uno dei pulsanti. Il casco si accese prontamente, e Barlow sprofondò ancora di più nei cuscini per godersi un campione degli ingegnosi intrattenimenti supermoderni del mondo nuovo.

«Prendetelo e ficcatelo!» ruggì una voce nelle sue orecchie.

Barlow si tolse di scatto il casco e rivolse allo psichista un'occhiata ferita. Tinny-Peete sogghignò e girò una manopola collegata al quadro dei pulsanti. L'uomo del passato tornò a infilarsi in testa il casco e scoprì che la voce era scesa a un volume normale.

«Lo spettacolo degli spettacoli! Il superspettacolo! Il superspettacolo colossale! Il quiz dei quiz!Prendetelo e ficcatelo!»

Sullo sfondo si udì un coro di voci sguaiate.

«Qui ci abbiamo i concorrenti pronti a partire. Voi sapete come funziona. Io ci dò a un concorrente una forma tagliata a triangolo e così via fino in fondo alla fila. Qui invece ci abbiamo delle tavole dove dei buchi sono stati tagliati con la stessa forma di triangoli e altre cose così solo che sono tutti grandi diversi. Il primo concorrente che si ficca il suo pezzo dentro la tavola, ci ha vinto.

«E adesso c'intervisterò il primo concorrente. Vieni qua, tesoro. Come ti chiami?»

«Come mi chiamo? Uh...»

«Vi piace, gente? La concorrente non ci si ricorda il suo nome. Ah,ci sbattereste su un quarto di dollaro?» La domanda era stata fatta con un malizioso sottinteso, e il pubblico rise a crepapancia, ululando e fischiando la sua approvazione.

Ma era noioso ascoltare quando non si capiscono le freddure e i doppi sensi. Barlow schiacciò un altro pulsante, tenendo la mano pronta a intervenire sulla manopola del volume.

«... Ultime da Washington. Riguarda il senatore Hull-Mendoza. Attacca ancora l'Ufficio della Pesca. Il boss della California del Nord dichiara di avere deposizioni scritte e giurate che John Kingsley-Schultz è un bigotto di vecchissima data. Non ha divulgato copie autenticate di queste deposizioni, ma giura che queste dicono che Kingsley-Schultz è stato visto a incontri di bigotti allo State College dell'Oregon e più tardi all'università della Florida. Dice ancora che Kingsley-Schultz dovrà confessare di aver ottenuto la specializzazione nel lancio della mosca dell'Oregon, e il dottorato di pesca in Florida.

«E qui abbiamo una dichiarazione di Kingsley-Schultz: 'Hull-Mendoza non sa di che cosa parla. Gli auguro che crepi'. Fine della dichiarazione. Hull-Mendoza dice che non divulgherà le deposizioni per proteggere le fonti. Dice che sono state fatte sotto giuramento da tre ex impiegati dell'ufficio, licenziati per incompetenza e incompatibilità da Kingsley - Schultz.

«Qua e là c'è stato il solito tran-tran d'incidenti del traffico. Un'ammucchiata di macchine su tre corsie della strada 66 in uscita da Chicago, con dodici morti. Il razzo del mattino Chicago-Los Angeles è precipitato ed esploso nel deserto Mohahe... Moyavvy... o come accidenti si chiama. Tutti i novantaquattro passeggeri a bordo sono morti. Un investigatore del Dipartimento dell'Aeronautica Civile, giunto sul posto, dice che il pilota stava volando a bassa quota per spaventare dei greggi di pecore, e non si è risollevato in tempo.

«Ehi! Ne abbiamo una fresca da New York! Un rimorchiatore-diesel si è messo a scorrazzare all'impazzata attraverso il porto mentre l'equipaggio era sotto coperta; e ha speronato a babordo il transatlantico di lusso S.S.Placentia. Dice che la nave si è riempita subito d'acqua ed è affondata trascinando giù qualcosa come centottanta passeggeri e cinquanta membri dell'equipaggio. Sei palombari sono stati mandati sotto a ispezionare il relitto, ma sono morti anche loro, perché, come è poi risultato, le loro tute erano piene di buchi.

«Ecco qua un bollettino che mi è appena arrivato da Denver. Pare che...»

Barlow si sfilò il casco senza capire. «Sembrano così indifferenti» gridò al conducente. «Stavo ascoltando un notiziario...»

Tinny-Peete scosse la testa e indicò le proprie orecchie. Il rombo dell'aria era assordante. Barlow corrugò la fronte perplesso e guardò fuori dal finestrino.

Un'insegna luminosa diceva:

 

MOOGS!

LO COMPRERESTE

PER UN QUARTO?

 

Lui non sapeva cosa fossero i Moogs; la figura rappresentava una ragazza eccezionalmente ben fatta e nuda per il 99.9 per cento, che si contorceva appassionata all'ammiccare d'una miriade di lampadine colorate.

Le scritte lungo la strada continuarono a fiancheggiarlo, accendendosi una dopo l'altra, ma sempre diverse. Un radar o qualcosa di simile individuava la macchina in corsa e comandava l'accensione delle scritte, ognuna delle quali scivolava per un lungo tratto su un binario parallelo alla carreggiata, in modo che chi era sulla macchina la leggesse con comodo, prima che si spegnesse e si accendesse la successiva.

 

SE C'È UNA RAGAZZA

CHE VUOI TUTTA PER TE

TOGLITI PRIMA DI DOSSO

QUELL'ANTIROMANTICO SUDORE

CON

A*S*C*E*L*L*I*T*0

 

Un altro congegno animato, in due pannelli, esibiva il familiare «prima e dopo». Il primo diceva «Un Sigaro Qualunque?» ed illustrava la tragedia domestica a due di una moglie che si tappava il naso tra pollice e indice mentre il suo rozzo marito, rosso in faccia, stava fumando un pezzo di corda dall'aspetto viscido. Il secondo pannello ardeva della scritta «Oppure un VUELTA ABAJO?»,ed era illustrato da...

Barlow arrossì e si guardò ostinatamente i piedi fino a quando non furono ben oltre la scritta.

«Stiamo arrivando a Chicago!» annunciò Tinny-Peete. Altre automobili stavano comparendo, tutte barche da sogno.

Guardandole, Barlow cominciò a chiedersi se per caso lui non avesse smarrito l'idea di cosa fosse un chilometro. Parevano viaggiare così lentamente, se s'ignorava l'aria che passava sibilando accanto alle orecchie e non ci si lasciava ingannare dalle linee aerodinamiche di quelle barche da sogno. Lui... avrebbe giurato che procedessero a venticinque all'ora, con occasionali guizzi fino ai trenta. Comunque, quant'era un chilometro?

La città si profilò davanti a loro, ed era proprio ciò che doveva essere: grattacieli torreggianti, rampe sopraelevate, piattaforme di atterraggio per gli elicotteri...

Si aggrappò ai cuscini. Quei due elicotteri stavano per... stavano per... si erano...

Non vide cosa successe, poiché la loro apparente rotta di collisione li aveva portati dietro a un gigantesco edificio.

Raffiche di suoni blandamente ululanti li avvolsero quando si arrestarono a un semaforo rosso. «Cosa diavolo sta succedendo qui?» esclamò Barlow con voce stridula, spaventata, poiché il tempo di frenaggio era stato pressoché zero, e lui non era stato scagliato contro il cruscotto. «Chi state cercando di prendere in...»

«Perché? Cosa c'è?» lo interruppe il conducente.

Il semaforo divenne verde e il conducente riprese ad accelerare. Barlow s'irrigidì quando si rese conto che la raffica d'aria che gli passava accanto alle orecchie era iniziata una breve ed irreale frazione di secondo prima che la macchina si mettesse veramente in movimento. Afferrò la maniglia della portiera al suo fianco.

La città crebbe lentamente intorno a loro: edifici sparpagliati qua e là, poi via via più fitti e più alti, e un semaforo rosso. La macchina si arrestò, sempre con un tempo di frenaggio zero, le raffiche di vento cessarono un istante prima che la macchina si arrestasse, e Barlow con uno scatto balzò fuori dall'automobile un istante dopo, mettendosi a correre freneticamente lungo un marciapiede.

Mi rintracceranno pensò affannosamente. È la polizia segreta. Mi prenderanno... macchine per leggere il pensiero, telecamere dappertutto, atterriti all'idea che tu dica ai loro schiavi cos'è la libertà e tutto il resto. Non permettono a nessuno di mettergli i bastoni fra le ruote, come in quella storia che ho letto una volta...

Senza fiato, rallentò fino a camminare normalmente, e si congratulò con se stesso per avere abbastanza fegato da non voltarsi a guardare. Era sempre quello a cui stavano più attenti. Se lui continuava a camminare così, normalmente, sarebbe stato soltanto una delle molte centinaia di persone vestite per l'ufficio. Sarebbe stato al sicuro... al sicuro...

Una mano l'agguantò alla spalla e delle parole rotolarono fuori da quel volto largo e grezzo proteso accanto al suo: «Mapperché ti sbatacchi comunidiota, comosel marciapiede fusse tutto tuo, ho 'nagranvoglia di spappolarti quella testa bastarda!» Non era il vasaio, e neppure il conducente pazzo.

«Mi scusi» balbettò Barlow. «Cos'ha detto?»

«Oh, proprio!» gridò lo sconosciuto, con un vibrante tono di minaccia, e aspettò una risposta.

Barlow, con la sensazione d'esser finito chissà come dalla parte perdente in un intricato affare di proprietà terriere, sentì se stesso rispondere, con uguale bellicosità: «Proprio!»

Lo sconosciuto gli lasciò andare la spalla e ringhiò di nuovo: «Oh, proprio?»

«Proprio!» disse Barlow, rimettendosi a posto la giacca.

«Aaah!» ringhiò lo sconosciuto, con più disprezzo e disgusto che ferocia. Aggiunse un'oscenità corrente già ai tempi di Barlow, un consiglio... o un'ingiunzione stereotipa ma fisiologicamente impossibile, e si allontanò tutto impettito gonfiando le spalle, le mani strette a pugno.

Barlow proseguì, tremante. Evidentemente, aveva affrontato la cosa abbastanza bene. Si fermò a un semaforo rosso mentre le lunghe e basse barche da sogno passavano ruggendo davanti a lui e i pedoni sul marciapiede al suo fianco si facevano tranquillamente strada in mezzo al fiume di macchine. I freni stridettero, i paraurti sbatterono e si ammaccarono, conducenti e pedoni si scambiarono grida roche. Barlow fece un balzo indietro quando una macchina cambiò bruscamente direzione descrivendo un arco sul marciapiede per evitarne un'altra.

Il semaforo divenne verde; le macchine continuarono a passare per una trentina di secondi, per poi diminuire di numero e ridursi a qualche occasionale trasgressore. Barlow attraversò con cautela e si appoggiò contro un distributore automatico, respirando a fondo.

Cerca di apparire naturale,si disse. Fai qualcosa di normale. Compera qualcosa dalla macchina. Si frugò in una tasca e tirò fuori qualche moneta, si procurò un giornale con un decino, un fazzoletto con un quarto di dollaro e un dolce con un altro quarto.

D'un tratto un debole odore di cioccolato gli fece sentire una gran fame. Cercò di strappare l'involucro trasparente che portava la scritta«Crigglies», ma per alcuni secondi i suoi sforzi non ottennero nessun risultato, poi l'involucro si aprì di scatto da solo. La sbarretta gli fornì tre buoni bocconi, Barlow ne comperò altre due e mandò giù anche quelle.

Assetato, comperò dalla macchina, per un decino, una bevanda gassata in un altro di quegli involucri trasparenti. Quando armeggiò per strapparlo, questo si divise in due e gli rovesciò l'intero contenuto sulle ginocchia. Barlow decise che era rimasto lì fin troppo a lungo, e riprese il cammino.

Le vetrine dei negozi erano... vetrine di negozi. Poiché la gente non andava nuda, e comperava vestiti; fumava ancora, e comperava tabacco; mangiava ancora, e comperava generi alimentari. E andavano ancora al cinema, lo constatò, piacevolmente sorpreso, nel sorpassare (ma subito tornò indietro) un posto tutto pieno di luci sfarzose la cui insegna proclamava THE BIJOU.

Pareva che nel locale venisse dato un programma triplo:I Bambini sono Terribili;No. Non Fate Bambini; e Il Ragazzo dei Canali.

Provò un'attrazione irresistibile. Pagò ed entrò.

Fece in tempo a vedere la fine de Il Ragazzo dei Canali, a tre dimensioni, tutto colori e profumi. Gli parve una saga interplanetaria che si concludeva con la scena di un inseguimento e della riconciliazione fra l'eroe scampato a mille traversie e l'eroina. I Bambini sono Terribille No. Non Fate Bambini erano fantasiose argomentazioni contro l'aver figli: i pericoli grottescamente esagerati d'un parto vividamente doloroso, bambini malvagi, vecchi genitori picchiati e affamati dalla loro sadica prole. Barlow notò con stupore che il pubblico masticava placidamente dolciumi e non mostrava il minimo segno di ripugnanza.

Il Prossimamente lo fece scappar fuori nell'atrio. La musica strombettante gli rompeva i timpani, i colori avvampavano accecanti, e per di più i profumi aggiunti alle immagini gli davano il voltastomaco.

Quando i suoi occhi tornarono ad abituarsi alla più moderata illuminazione dell'atrio, raggiunse mezzo brancolando una panca imbottita e aprì il giornale che aveva comperato. Risultò che si trattava del Corriere Ippico, il che gli fece provare una schiacciante sensazione di smarrimento. Il familiare sommario riquadrato nell'angolo inferiore sinistro della prima pagina mostrava in maniera quasi insopportabile che il Churchill Downs e l'Empire City erano ancora in affari...

Strizzando gli occhi per ricacciar giù le lacrime, Barlow voltò le pagine per dare un'occhiata ai «risultati precedenti» al Churchill. Non usavano più le abbreviazioni, e le colonne perciò erano doppie, non più singole. Ma era tutto lo stesso... o no?

Sbirciò la prima corsa, un tre quarti di miglio per cavalli esordienti, a vendere, con un premio di milletrecento dollari. Incredibile! Il record per quel percorso era di due minuti, dieci secondi e tre quinti. Qualunque brocco della sua epoca avrebbe potuto farsi i tre quarti di miglio in uno e quindici. Ed era la stessa cosa per le altre distanze, assai peggio per il miglio e oltre.

Cosa diavolo era successo a tutto?

Si mise a studiare la scheda d'una giumenta baia di cinque anni iscritta alla seconda corsa, e non riuscì a trovarci né capo né coda. Aveva vinto e perso, si era piazzata, aveva vinto un'altra volta, poi si era piazzata, senza un motivo o una logica. Pareva un fuoriclasse per un paio di corse, poi si trasformava in un brocco indecente, risorgeva nel fango, ma la volta successiva, anche se aveva continuato a piovere, era andata nel peggiore dei modi. E questo, per giunta, in una corsa da cinquemila dollari!

Barlow studiò le schede degli altri concorrenti, e si rese conto che erano tutte sul tipo di quella della cavalla di cinque anni. Non un singolo cavallo iscritto a quella corsa aveva la più piccola, dannata briciola di classe!

Qualcuno si sedette accanto a lui e gli disse: «È questa la storia».

Barlow si girò di scatto, balzando in piedi, e vide che si trattava di Tinny-Peete, il suo conducente.

«Ero in dubbio se dirglielo o no» proseguì lo psichista «ma vedo che lei comincia a sospettare sempre di più la verità. Per favore, non si ecciti. È tutto a posto, le dico».

«Così, mi ha preso» disse Barlow.

«Preso?»

«Non finga. So fare due più due. Lei fa parte della polizia segreta. Lei e gli altri aristocratici vivete nel lusso sfruttando il sudore di questi schiavi oppressi. Mi temete, perché dovete tenerli nell'ignoranza».

Lo psichista scoppiò in una fragorosa risata che attirò su di loro le vacue occhiate delle altre persone presenti nell'atrio. La risata non sembrò affatto sinistra.

«Usciamo da qui» disse Tinny-Peete, sempre ridacchiando. «Non potrebbe aver capito peggio di così». Prese Barlow sottobraccio e lo condusse fuori, in strada. «La verità è che milioni di lavoratori vivono nel lusso sfruttando il sudore d'un manipolo di aristocratici. È assai probabile che io muoia prima della mia ora, per eccesso di lavoro, a meno che...» Rivolse a Barlow un'occhiata meditabonda. «Lei potrebbe essere in grado di aiutarci».

«Conosco questa battuta» esclamò Barlow con una risata di scherno. «Ho fatto soldi ai miei tempi e per far soldi bisogna avere la gente dalla propria. Proceda pure e mi spari, se vuole, ma non farà di me un vero buffone».

«Piccolo sporco ingrato!» sbottò lo psichista in un caleidoscopico mutamento di umore. «Questo dannato pasticcio è tutta colpa sua e di gente come lei! Adesso venga, e basta con queste sciocchezze!»

Trascinò Barlow dentro l'atrio d'un edificio di uffici e lo fece entrare in un ascensore che, fatto sconcertante, esibì un sono rowush! quando partì verso l'alto. Le ginocchia dell'agente immobiliare tremavano quando lo psichista lo spinse fuori della cabina, lungo un corridoio e poi dentro un ufficio.

Un uomo dal volto di falco si alzò da una comunissima sedia quando la porta si chiuse alle loro spalle. Dopo aver rivolto un'occhiata rabbiosa a Barlow, chiese allo psichista: «Sono stato convocato in fretta e furia dal Polo per esaminare questo... questo...»

«Non t'arrabbiare. L'ho sondato in profondità e trovo in lui quasi possibile una linea di attacco per il Propo» replicò lo psichista, in tono blando.

«Dubito» grugnì l'uomo dal volto di falco.

«Prova» insisté Tinny-Peete.

«Molto bene, Signor Barlow, a quanto capisco, lei e la sua rimpianta moglie non avete avuto bambini».

«E con questo?»

«Con questo lei è stato un somaro cieco, egoista, stupido, per aver tollerato che le condizioni economiche e sociali penalizzassero le gravidanze in omaggio, ah, alla prudenza e alla previdenza. È stato lei, e tutti gli altri come lei, a fare di noi quello che siamo oggi, e voglio ribadire che siamo ben lontani dall'essere soddisfatti. I razzi, le automobili, le città con le rampe sopraelevate, tutte idiozie!»

«Da quanto ho potuto vedere» ribatté Barlow «lei sta denigrando le cose migliori di questa epoca. È pazzo».

«I razzi non sono razzi: sono turbogetti - buoni turbogetti, ma quel guscio fantasioso che li avvolge ne fa una mascherata di orrido gusto. Le automobili hanno una velocità massima di cento chilometri all'ora - un chilometro è, se ricordo la mia paleo-linguistica, tre quinti di miglio - ma i tachimetri sono tutti truccati perché i conducenti pensino di viaggiare a duecentocinquanta. Le città sono ridicole, costose, antigieniche, inutili conglomerati di gente che starebbe assai meglio e produrrebbe di più se fosse sparpagliata per le campagne.

«Abbiamo bisogno dei razzi e dei tachimetri truccati e delle città giacché mentre lei e quelli come lei siete stati prudenti e previdenti e non avete avuto bambini, i lavoratori immigrati, gli abitanti degli slum e i contadini hanno continuato ininterrottamente e ciecamente a figliare... a procreare, procreare, procreare. Mio Dio, quanto hanno procreato!»

«Un momento» l'interruppe Barlow. «C'era gente fra quelli come noi, un sacco di gente, che metteva al mondo due o tre bambini».

«Ma sono intervenuti gli incidenti, le malattie, le guerre, e altre cose dello stesso tipo, a prendersi cura di questo. La nostra intelligenza è stata così esclusa dalla procreazione. Non c'è più. I bambini che avrebbero dovuto nascere... non sono mai nati. La maggioranza del tira a campare, che a stento possiamo far rientrare nella media, ha avuto il sopravvento, nella popolazione. Oggi, il quoziente medio d'intelligenza è di quarantacinque».

«Ma soltanto in un futuro molto lontano...»

«Che è quello in cui lei si trova adesso» ribadì acido l'uomo dal volto di falco.

«Ma voi, gente, chi siete?»

«Soltanto gente... gente vera. Alcune generazioni orsono i genetisti si resero finalmente conto che nessuno avrebbe prestato alcuna attenzione a quanto essi dicevano, così lasciarono perdere le parole e passarono all'azione. Specificamente, reclutarono degli individui e formarono una corporazione chiusa con l'intenzione di conservare e migliorare il ceppo. Noi siamo i loro discendenti. Siamo all'incirca tre milioni; gli altri sono cinque miliardi, perciò noi siamo i loro schiavi.

«Durante gli ultimi due anni io ho progettato un grattacielo, ho tenuto in funzione il Billings Memorial Hospital qui a Chicago, ho evitato una guerra con il Messico e ho diretto il traffico all'aeroporto La Guardia di New York».

«Non capisco! Perché non lasciate che vadano all'inferno a modo loro?»

L'uomo fece una smorfia. «Ci abbiamo provato una volta, per tre mesi. Ci siamo rintanati al Polo Sud e abbiamo aspettato. Loro non se ne sono neanche accorti. Alcuni progettisti mancavano all'appello, dei capi-infermieri non si presentarono, piccoli funzionari governativi a livello non politico non potevano venir localizzati. La cosa non parve avere nessuna importanza.

«Nel giro di una settimana erano ridotti alla fame. In due settimane scoppiarono la carestia e la peste, e alla terza, la guerra e l'anarchia. Sospendemmo l'esperimento. Per rimettere in sesto le cose, abbiamo dovuto lavorare per l'intera generazione successiva».

«Ma perché non avete lasciato che si ammazzassero fra di loro?»

«Cinque miliardi di corpi significano all'incirca cinquecento milioni di tonnellate di carne in putrefazione».

A Barlow venne un'altra idea: «Perché non li avete sterilizzati?»

«Due miliardi e mezzo di operazioni sono un bel po' di operazioni. Poiché si moltiplicano in continuazione, il lavoro non finirebbe mai».

«Capisco. Come i cinesi in marcia!»

«Chi diavolo sono?»

«Era un... ah... un paradosso del mio tempo. Qualcuno aveva calcolato che se tutti i cinesi al mondo si fossero messi in fila... per quattro, mi pare... e avessero cominciato a marciare oltre un punto dato, non si sarebbero mai fermati, a causa dei bambini che sarebbero nati e cresciuti prima di superare quel punto».

«Proprio così. Soltanto che invece di 'un punto dato' avrebbe dovuto dire 'il più grande numero concepibile di camere operatorie che si sarebbero potute costruire e dotare di personale specializzato'. Non sarebbero mai state sufficienti».

«Un momento!» esclamò Barlow. «Quei film sui bambini... sono la vostra propaganda?»

«Sì. Mi sembra che non gli faccia nessun effetto. E abbiamo abbandonato l'idea di andare avanti con una propaganda che va contro l'impulso biologico».

«Così, se poteste lavorare invece su un impulso biologico...»

«Non ne conosco nessuno che sia compatibile con l'inibizione della fecondità».

Il volto di Barlow, come quello d'un giocatore di poker, si svuotò d'ogni espressione, il risultato di anni di attenta disciplina. «No, eh? Siete i cervelli più grandi che esistano e non riuscite a immaginarne nessuno?»

«Ebbene, no» dichiarò lo psichista, in tutta sincerità. «Lei sì?»»

«Dipende. Una volta ho venduto diecimila acri di tundra siberiana attraverso una società fasulla... ovviamente, dopo la spartizione della Russia. I compratori erano convinti di aver acquistato appezzamenti di terreno fabbricabile alla periferia di Kiev. Direi che quello è stato un lavoro molto più arduo di questo».

«Come mai?» chiese l'uomo dal volto di falco.

«Quelli erano clienti normali e sospettosi, e questi invece sono degli idioti, polli fin troppo facili da spennare. Basterà congegnare un adeguato raggiro in cui farli cascare, e non saranno mai abbastanza scaltri per controllare e accorgersene in tempo».

«Sembra che lei abbia qualcosa in mente» osservò lo psichista.

L'espressione da giocatore di poker di Barlow divenne ancora più neutra. «Forse sì, forse no. Non ho ancora sentito nessuna offerta».

«Avrà la soddisfazione di sapere che la sua idea ha impedito che le risorse della Terra venissero saccheggiate in maniera tale da provocare in tempi brevi la completa estinzione della specie» disse l'uomo dal volto di falco.

«Questo io non lo so» ribatté Barlow, asciutto. «Ho soltanto la vostra parola».

«Se ha davvero un modo, credo che nessun prezzo sarà troppo alto» interloquì lo psichista.

«Sold» disse Barlow.

«Tutti quelli che vuole».

«Più di quelli che vuole» lo corresse l'uomo dal volto di falco.

«Prestigio» aggiunse Barlow. «Un sacco di pubblicità. La mia fotografia e il mio nome sui giornali e alla televisione tutti i giorni, una statua in grandezza naturale, parchi, strade e città con il mio nome. Un intero capitolo nei libri di storia».

Lo psichista lanciò un segnale col viso all'uomo dal volto di falco, a significare: «Oh, cielo, fratello!»

L'uomo dal volto di falco gli segnalò in risposta: «Calma, ragazzo!»

«Non è poi tanto» annuì lo psichista.

Barlow, avvertendo la presenza d'un mercato per un esperto venditore, aggiunse: «Potenza!»

«Potenza?» ripeté perplesso l'uomo dal volto di falco. «Una centrale idroelettrica o un reattore nucleare tutti per lei?»

«Voglio dire, una dittatura mondiale, con me dittatore!»

«Oh, insomma, adesso...» cominciò lo psichista, ma l'uomo dal volto di falco lo interruppe: «Ci vorrà una votazione d'emergenza da parte del Congresso, ma la situazione lo giustifica. Credo che possiamo garantirglielo».

«Può darci qualche indicazione del suo piano?» chiese lo psichista.

«Mai sentito parlare dei lemming?»

«No».

«Sono... erano, immagino, dal momento che non ne avete sentito parlare... degli animaletti in Norvegia, i quali ogni certo numero di anni si precipitavano a sciami fino alla costa e si mettevano a nuotare nel mare finché annegavano. Ho pensato d'installare nella popolazione mondiale lo stimolo del lemming».

«E come?»

«Questo me lo riservo per quando avrò ottenuto le firme che contano sul nostro contratto».

L'uomo dal volto di falco disse: «Mi piacerebbe lavorare a questo progetto insieme a lei, Barlow. Io mi chiamo Ryan-Ngana». Gli porse la mano.

Barlow scrutò da vicino la mano, poi il volto dell'uomo. «Ryan cosa?»

«Ngana».

«Sembra un nome africano».

«Lo è. Il padre di mia madre era un Watussi».

Barlow non gli strinse la mano. «Mi pareva che lei fosse un po' scuro. Non voglio offenderla, ma non credo che mi troverei nelle mie condizioni migliori se lavorassi con lei. Dev'esserci qualcuno altrettanto qualificato, ne sono sicuro».

Lo psichista si affrettò a segnalare di nuovo col viso a Ryan-Ngana: «Stai calmo, ragazzo».

«Molto bene» disse Ryan-Ngana, rivolto a Barlow. «Vedremo quello che potremo fare».

«Non che io abbia pregiudizi, capisce. Alcuni dei miei migliori amici...»

«Signor Barlow, non ci pensi più. Chiunque sia in grado di portare a buon fine questa analogia con i lemming non può altro che esserci utile».

E lo sarà, pensò Ryan-Ngana, solo nel suo ufficio, dopo che Tinny-Peete ebbe scortato Barlow su fino alla piattaforma dell'elicottero. E lo sarà. Il Propo aveva esaurito ogni tentativo razionale e le nuove linee di attacco avrebbero dovuto essere irrazionali, o subrazionali. Questa creatura del passato, con la sua leggenda dei lemming e i suoi terreni fabbricabili ad alto apprezzamento avrebbe potuto rivelarsi una preziosa fonte di maligno, immorale egoismo.

Ryan-Ngana sospirò e si stiracchiò. Ora avrebbe dovuto andare a dirigere la metropolitana di San Francisco. Prima, quando l'avevano richiamato d'urgenza dal Polo per studiare Barlow, aveva lasciato incompleto un piccolo, simpatico teorema. Pur fra un'interruzione e l'altra, stava lentamente costruendo una geometria ad «n») dimensioni le cui fondamenta e super-strutture non avevano alcun debito con l'intuizione.

Di sopra, mentre stavano aspettando l'arrivo dell'elicottero, Barlow stava spiegando a Tinny-Peete che lui non aveva niente contro i negri, e Tinny-Peete desiderò di possedere un po' dell'imperturbabilità e dell'umorismo di Ryan-Ngana per riuscire a superare quella prova.

L'elicottero li trasportò fino all'aeroporto internazionale là dove, come gli spiegò Tinny-Peete, Barlow sarebbe partito per il Polo.

L'uomo del passato non era sicuro che gli sarebbe piaciuta una desolata, gelida distesa di ghiaccio.

«No, è un bel posto» lo rassicurò Tinny-Peete. «È un ambiente molto civile, caldo, piacevole. Là, lei sarà in grado di lavorare in maniera molto più efficiente. Avrà tutti i dati sulla punta delle dita, una brava segretaria...»

«Avrò bisogno di moltissimo personale» l'interruppe Barlow il quale, da migliaia di affari conclusi, aveva imparato a non accettare mai la prima offerta.

«Voglio dire, una segretaria privata e confidenziale» precisò prontamente Tinny-Peete. «Ma naturalmente potrà averne quante ne vuole. Ovviamente, avrà la priorità totale e assoluta, se davvero ha un progetto realizzabile».

«Non dimentichiamoci di quella faccenda della dittatura» aggiunse Barlow.

Non sapeva che lo psichista gli avrebbe promesso con altrettanta prontezza che l'avrebbero proclamato dio, pur di depositarlo felicemente dentro il «razzo» diretto al Polo. Tinny-Peete non aveva nessun desiderio di venir fatto a pezzi; sapeva molto bene che gli avrebbero cavato gli occhi e strappato braccia e gambe, se la popolazione avesse appreso da quell'anacronismo vivente che esisteva in mezzo a loro una piccola élite che si considerava testa, spalle, tronco e inguine al di sopra degli altri. Il fatto che quest'ipotesi fosse perfettamente vera e che l'élite fosse condannata dalla sua stessa superiorità a una vita di opprimente lavoro non sarebbe stato preso in minima considerazione; avrebbe contato soltanto la differenza.

Alla fine lo psichista caricò Barlow dentro il «razzo» diretto al Polo, insieme a un'altra trentina di persone... vere persone.

Barlow si sentì male per tutto il viaggio, a causa d'una suggestione post-ipnotica inculcatagli da Tinny-Peete. E questo con un doppio scopo: quello di renderlo il più possibile restio a un viaggio di ritorno; e anche per risparmiare agli altri passeggeri la sua compagnia ciarliera e aggressiva.

La sua prima giornata al Polo ricordò a Barlow la sua prima giornata nell'esercito. Fu l'identico, o quasi, e - adesso - dove - diavolo -ti - mettiamo? Fino a quando non assunse con loro una linea estremamente decisa. Dopo di che, non si comportarono più con lui come sergenti agli approvvigionamenti, bensì come impiegati d'albergo.

Gli eressero intorno una rete meravigliosamente calcolata, della cui esistenza lui non sospettò mai. Dopotutto, ai suoi tempi un visitatore dal passato sarebbe stato una celebrità.

Alla fine della giornata si coricò in un comodo alloggio sotterraneo, con una bufera di vento che soffiava ruggendo a sessanta miglia all'ora pochi metri sopra la sua testa, e si sforzò di fare due più due.

Era come ai vecchi tempi, pensò... come un bel colpo nel campo delle transazioni immobiliari. Quando riuscivi a prendere per la gola la concorrenza. Oppure potevi aumentare del cinquanta per cento gli affitti - senza colpo ferire - quando sapevi maledettamente bene che non c'era nessun altro posto in cui gli inquilini potessero trasferirsi... o come quando ti mettevi a sorridere, mentre bevevi il tuo succo d'arancia la mattina a colazione, leggendo che il consiglio municipale aveva deciso di costruire una scuola su un terreno che avevi acquistato dallo stesso consiglio poco tempo prima. Era semplice. Avrebbe venduto appezzamenti di terreno nella tundra a lemming bramosi di suicidarsi, e questo era tutto quello che ci voleva per risolvere il problema che aveva messo in crisi quelle teste d'uovo.

Sarebbe toccato a loro elaborare la maggior parte dei particolari, ma che diavolo, era proprio per questo che erano fatti i subordinati, no? Avrebbe avuto bisogno di specialisti in pubblicità, tecnologia, comunicazioni... sapevano niente dell'ipnotismo? Questo avrebbe potuto essere di aiuto. In caso contrario, avrebbero dovuto distribuire molte bustarelle, ma lui si sarebbe assicurato - assicurato dannatamente bene - che vi fossero fondi illimitati.

Sarebbe bastato vendere appezzamenti di terreno edificabile ai lemming...

Avrebbe tanto desiderato, mentre si addormentava, che la povera Verna avesse potuto essere anche lei partecipe di tutto questo. Era il suo affare più grosso, il più fantastico. Verna - quel disonesto di Sam Immerman privo d'ogni scrupolo l'aveva certamente truffata...

Iniziò il giorno dopo con la gente che cominciava a venirlo a trovare. Lui conosceva bene questo tipo di approccio. Volevano soltanto aiutare il loro illustre visitatore dal passato, e se lui a sua volta li avesse aiutati a riempire i vuoti che li affliggevano circa la sua epoca la quale, sfortunatamente, da un punto di vista storico era alquanto oscura... e cosa pensava che si potesse fare per il problema? Replicò loro che era troppo vecchio per farsi infinocchiare, e che non avrebbero avuto alcuna informazione fino a quando non gli fosse stata consegnata una lettera d'impegno controfirmata, come minimo, dal presidente polare e fino a quando una seduta del Congresso non l'avesse proclamato dittatore.

Ebbe sia la lettera che la seduta del Congresso. Presentò il suo programma. Gli venne chiesto se la sua coscienza non si ribellava davanti alla sua insensibilità. Lui spiegò succintamente che un affare era un affare e che chiunque non fosse scaltro abbastanza da sapersi proteggere non meritava protezione... «Caveat emptor» aggiunse, per dar prova di erudizione, ma fu costretto a tradurlo («Tocca al compratore stare attento»). Dichiarò che non gli importava un bel niente né degli idioti né dei loro schiavi intelligenti; aveva deciso il suo prezzo, e questo era tutto ciò che gl'interessava.

Avrebbero accettato oppure no?

Il presidente polare si offrì di rassegnare le dimissioni in suo favore, con certi temporanei poteri di emergenza che il Congresso polare gli avrebbe assegnato con una votazione, se li avessero ritenuti necessari. Barlow chiese il titolo di Dittatore del Mondo, il completo controllo delle finanze mondiali, con uno stipendio che avrebbe deciso lui stesso, e una campagna pubblicitaria da iniziare subito, con la stesura di testi storici su lui stesso.

«In quanto ai poteri di emergenza» aggiunse «non dovranno essere né temporanei né limitati».

Qualcuno avrebbe voluto prendere la parola per discutere la faccenda, con la speranza dichiarata che, forse, Barlow avrebbe modificato le sue richieste.

«Avete ascoltato le proposte» ribatté Barlow. «Non ho intenzione di cedere neppure del dieci per cento».

«Ma cosa accadrebbe se il Congresso dovesse rifiutare, signore?» chiese il presidente.

«Allora potete restarvene quaggiù al Polo cercando di risolvere le cose voi stessi. Io otterrò quello che voglio dagli idioti. Un operatore scaltro come me non ha bisogno di scendere a nessun compromesso. Non ho un solo concorrente, in tutta questa folle era di idioti».

Il Congresso accantonò il dibattito e votò per alzata di mano. Barlow trionfò all'unanimità.

«Non sapete quando siete andati vicini a perdermi» dichiarò durante il suo primo discorso ufficiale a Camere riunite. «Io non sono il tipo di persona che tira e molla. O ottengo quello che voglio, oppure vado altrove. Per prima cosa, adesso, voglio vedere i progetti di un nuovo palazzo per me - niente di modesto e austero, intendiamoci - e i vostri migliori pittori e scultori devono cominciare a lavorare ai miei ritratti e alle mie statue. Nel frattempo, comincerò a scegliere il mio personale».

Congedò il presidente e il Congresso polare, dicendo loro che li avrebbe informati circa la data del prossimo incontro.

Una settimana dopo, il programma cominciò, col Nord America come primo obiettivo.

La signora Garvy si stava riposando dopo cena, dopo aver affrontato l'arduo ed estenuante compito di accendere il lavastoviglie. Naturalmente, la televisione era accesa, e diceva «Ooooh!», l'imbeccata lunga, vibrante ed estatica che iniziava lo spot pubblicitario del Profumo d'Assalto Criminale. «Ragazze» disse l'annunciatore con voce rauca «volete il vostro uomo? È facile averlo... facile come un viaggio su Venere».

«Uh!» disse la signora Garvy.

«Cosa cavolo succede?» stronfiò suo marito, svegliandosi con un sussulto dal pisolino.

«Ce l'hai sentito quello?»

«Cosa?»

«Ci ha detto 'facile come un viaggio su Venere'».

«E allora?»

«Be', pensavo che non ci si potesse andare su Venere. Credevo che ci avessero soltanto quel coso lì, quel razzo che si è spiaccicato sulla Luna».

«Aaah, le donne non sono aggiornate con le notizie» bofonchiò Garvy, scocciato, riappisolandosi subito.

«Oh» fece sua moglie, incerta.

E il giorno dopo, in Henry's Other Mistress, c'era un nuovo personaggio che era comparso senza nessun preavviso: Buzz Rentshaw, capo pilota del razzo per Venere. InHenry's Other Mistress: «Il dramma televisivo su di voi e i vostri vicini, gente del popolo, gente comune, gente vera!»

La signora Garvy ascoltò con stupore, davanti ad una tazza di caffè che si raffreddava, Buzz che irradiava dallo schermo le sue arruffate convinzioni:

Mona: Caro, è così bello rivederti!

Buzz: Non sai quanto ho sentito la tua mancanza durante quel barboso viaggio fino a Venere.

Suono:Veneziane che vengono abbassate, una chiave che gira nella serratura.

Mona: È stato molto noioso, tesoro?

Buzz: Oh, non parliamo del mio noioso lavoro, cara. Parliamo di noi.

Suono:Letto che scricchiola.

Bene, finalmente il programma era ritornato normale. Quella sera la signora Garvy tentò di chiedere un'altra volta se suo marito fosse sicuro di quei razzi, ma lui dormì per tutto il tempo di Prendetelo e Ficcatelo, così lei fissò lo schermo e si dimenticò della domanda.

Stava ancora spanciandosi per la domanda «La comprereste per un quarto?», quando comparve la pubblicità per il detersivo in polvere col quale lei caricava sempre, fedelmente, il suo lavastoviglie il primo di ogni mese. L'annunciatore esibì montagne di schiuma prodotte da un minuscolo pezzo di quella roba, e aggiunse in tono disinvolto: «Naturalmente, 'Immacolino' non ve lo trovate intorno a portata di mano così da poterlo raccogliere come le radici saponarie su Venere, ma costa molto poco ed è quasi altrettanto buono. Così per noi, gente comune, che non siamo tanto fortunati da vivere laggiù, su Venere, Immacolino è la vostra roba per pulire».

Poi il coro proseguì col ritornello «Immacolino pulisce proprio-per-benino», ma la signora Garvy non lo ascoltò. Era una donna cocciuta, ma sapeva anche di essere davvero malata. Non voleva preoccupare suo marito, però. Il giorno successivo, senza dare nell'occhio, prese appuntamento con il freud di famiglia.

Nella sala di attesa prese su una copia fresca del nuovo numero di Readers Pablum e lo mise giù provando un debole palpito. L'articolo principale, stando all'indice in copertina, s'intitolava «Il Più Memorabile Venusiano Che Abbia Mai Incontrato».

«Adesso il freud ci è pronto a riceverla» disse l'infermiera, e la signora Garvy entrò nel suo studio barcollando.

I tradizionali baffi e occhiali erano rassicuranti. Con voce soffocata, la signora Garvy pronunciò la frase rituale: «Freud, perdonami, ma ho la nevrosi».

Il freud intonò l'antifonario: «Psst, psst, mia cara ragazza. Qual è il problema?»

«Ci ho come un buco in testa». La sua voce tremolò. «Mi pare di dimenticare ogni genere di cose. Cose che... tutti le sanno a menadito, e io no, io non...»

«Ma questo capita a tutti, a volte, mia cara. Le suggerisco una vacanza su Venere».

Il freud fissò a bocca aperta la sedia vuota. L'infermiera entrò e gli chiese: «Ehi, ci aveva i carboni ardenti, da com'è scappata via! Cosa ci sta capitando?»

Il freud si tolse gli occhiali e i baffi soprappensiero. «Non lo so davvero. Le ho detto che, forse, doveva prendersi una vacanza su Venere». Una momentanea perplessità gli affiorò sul viso, e frugò nei cassetti della scrivania fino a quando non trovò la sua rivista specializzata stampata in quadricromia, piena d'illustrazioni. Era arrivata quella stessa mattina e lui le aveva dato soltanto una rapida scorsa, guardando soprattutto le illustrazioni. Adesso tornò a sfogliare il fascicolo fino all'articolo: «Vantaggi del Pianeta Venere per le Terapie Distensive».

«Sì, è qui» annuì.

L'infermiera guardò. «Ma sì che c'è» fu d'accordo. «Perché non ci dovrebbe essere?»

«Il problema con questi nevropaticio» commentò il freud «è che per tutto il tempo devono combattere la realtà. Be', faccia entrare un altro svitato».

Tornò a rimettersi gli occhiali e i baffi e dimenticò la signora Garvy e il suo strano comportamento.

«Freud, perdonami, ma ho la nevrosi».

«Psst, psst, mia cara ragazza. Qual è il problema?»

Come in molti casi di disordini mentali, anche la signora Garvy finì per guarire grazie a un'auto-terapia. S'impose una severa disciplina e riuscì a liberarsi dall'assurda convinzione che fosse stata lanciata soltanto un'astronave e che quell'unica fosse stata un fallimento. Finalmente fu in grado, senza sussultare, di unirsi a qualunque conversazione che proclamasse quanto fosse desiderabile Venere come luogo di riposo, con la sua favolosa profusione floreale. Alla fine, andò su Venere.

Tutte le sue amiche stavano cercando di riservarsi un posto alla Viaggi e Proprietà Immobiliari Stella della Sera, ma naturalmente il numero delle richieste era schiacciante. Lei si considerò fortunata quando finalmente riuscì a trovare un posto per una crociera estiva di due settimane. La nave spaziale decollò da un posto chiamato Los Alamos, Nuovo Messico. Sembrava come tutte le navi spaziali viste alla televisione e sulle riviste illustrate, ma era molto più comoda di quanto vi sareste aspettati.

La signora Garvy fu deliziata quando si trovò insieme alla cinquantina di passeggeri riuniti prima del decollo. Provenivano da tutte le parti del paese, e lei ebbe la netta impressione che fossero soprattutto dei cervelloni. Il comandante, un tipo alto, imponente, dal volto di falco, chiamato Ryan... Qualcosa, diede a tutti il benvenuto a bordo ed augurò loro un viaggio memorabile. Espresse il suo rincrescimento perché non ci sarebbe stato niente da vedere poiché, «a causa della stagione dei meteoriti», gli oblò avrebbero dovuto restar chiusi. Era deludente, ma allo stesso tempo rassicurante, che la linea di navigazione non volesse correre nessun rischio. Vi fu l'atteso momento di disagio al decollo, e poi due monotone giornate di viaggio senza storia attraverso lo spazio, durante il quale ammazzarono il tempo nel salone giocando a carte o a dadi. L'atterraggio fu, come al solito, sussultante, e i viaggiatori ricevettero delle pastiglie da inghiottire per immunizzarsi contro qualche malattia di minore importanza.

Quando le pastiglie ebbero fatto effetto, il portello venne aperto e Venere fu tutto per loro.

Assomigliava molto a un'isola tropicale sulla Terra, salvo che avevano una fitta coltre di nuvole sulla testa. Ma si percepiva un'esaltante qualità d'altro mondo che era intossicante e affascinante.

I dieci giorni di vacanza furono tutti soffusi da una nebulosa magia. Le radici saponose, come reclamizzato, erano gratis, e schiumose. La frutta, per la maggior parte varietà tropicali trapiantate dalla Terra, era deliziosa. I semplici ripari forniti dalla compagnia viaggi erano più che adeguati per quei giorni e quelle notti tiepide.

Fu con genuino rincrescimento che i viaggiatori entrarono di nuovo, in fila, nella nave, ed inghiottirono nuove pastiglie distribuite per scongiurare qualunque malattia venusiana che senza volerlo potevano trasmettere alla Terra.

La vacanza era una cosa. La politica del potere un'altra.

Al polo, un ometto era rinchiuso in una stanza insonorizzata, il suo volto aveva un pallore mortale, il suo corpo era semiafflosciato su una sedia rigida. Al Senato americano, il senatore Hull-Mendoza (Nord California) stava dicendo: «Signor Presidente e signori, mancherei al mio dovere di legislatore se non portassi all'attenzione di questo auuu...gusto consesso una pericolosa situazione carica di pericoli. Come i membri di questo auuu...gusto consesso ben sanno, il perfezionamento dei viaggi spaziali ha portato con sé una situazione che posso descrivere soltanto come carica di pericoli. Signor Presidente e signori, (sic!) adesso che dei rapidi razzi americani attraversano il vuoto privo di strade dello spazio fra questo pianeta e il nostro più vicino planetario nello spazio - signori, mi riferisco a Venere, la stella dell'alba, il gioiello più luminoso nel bel diadema di Vulcano - adesso, dico, esigo di sapere quali passi siano stati fatti per colonizzare Venere con un'avanguardia di cittadini patriottici come quei miliziani d'un tempo, durante la rivoluzione, pronti a impugnare le armi al primo allarme.

«Signor Presidente e signori! Ci sono a questo mondo nazioni, nazioni invidiose - e non citerò qui il Messico - che con ogni mezzo, compresi i più illeciti, potrebbero tentare di strappare alla stretta di Columbia la fiaccola della libertà dello spazio; nazioni a cui il basso livello di vita e la innata depravazione consentono un ingiusto vantaggio sulla nostra bella repubblica.

«Questo è il mio programma: suggerisco che venga tirata a sorte una città di centomila abitanti. Ai cittadini di quella fortunata città verranno assegnati dei terreni di prima scelta su Venere, liberi e gratis, da possedere, mantenere e trasmettere ai propri discendenti. E il governo nazionale fornirà il trasporto gratuito fino a Venere, a tutti questi cittadini. E questo programma continuerà città dopo città, fino a quando non si troverà sistemata su Venere un'avanguardia sufficiente di cittadini, capace di proteggere i nostri manifesti diritti su quel pianeta.

«Verranno sollevate delle obiezioni, poiché noi abbiamo sempre dei critici che trovano da ridire. Diranno che non c'è abbastanza acciaio. Diranno che sono un regalo, soldi buttati via. E io vi dico invece che c'è abbastanza acciaio perché la popolazione di una città possa venir trasferita su Venere, e questo è tutto quello che ci vuole. Giacché, quando verrà il momento di trasferire la seconda città, la prima città svuotata di tutta la popolazione potrà venire sventrata per ottenere l'acciaio necessario! Ed è un regalo, dicono. Ma sì, è il più splendido regalo nella storia dell'umanità! Signor presidente e signori, non abbiamo tempo da perdere: Venere dev'essere americano!»

Black-Kupperman, laggiù al polo, aprì gli occhi e disse con un filo di voce: «Lo stile è un po' irregolare e sussultante. Crede che qualcuno se ne accorgerà?»

«No, ha fatto un buon lavoro, proprio un buon lavoro, ragazzo» lo rassicurò Barlow.

La proposta di Hull-Mendoza divenne legge.

Progettisti e macchine al Polo Sud vennero impegnati ventiquattr'ore su ventiquattro e le acciaierie di Pittsburgh vomitarono milioni di lastre d'acciaio nello spazioporto di Los Alamos, della Viaggi e Proprietà Immobiliari Stella della Sera. Per ragioni logistiche, la prima città prescelta doveva essere Los Angeles, e i tre psicocinetici più capaci andarono a Washington e si mescolarono alla folla durante il sorteggio, per assicurarsi che la capsula di Los Angeles scivolasse tra le dita del senatore bendato.

A Los Angeles l'idea piacque, e una foresta di navi spaziali cominciò a spuntare nel deserto. Non erano buone navi spaziali, ma non era affatto necessario che lo fossero. Una squadra al polo lavorava sotto la direzione di Barlow per organizzare tutto un sistema di posta fasulla. Avrebbe dovuto esserci un grosso flusso di lettere da e per Venere, per impedire che nascesse anche la minima ombra di sospetto. Per fortuna Barlow ricordava che il problema era già stato risolto una volta... da Hitler. I parenti degli individui finiti in cenere nei forni di Lublino o Majdanek, avevano continuato a ricevere confortanti cartoline.

Il volo di Los Angeles partì in orario, ricevendo una formidabile copertura da parte della stampa, dei notiziari radio e di quelli della televisione. Il mondo applaudì i coraggiosi «angelini» che partirono per il loro patriottico viaggio verso la terra del latte e del miele. La foresta di navi spaziali salì tonando sempre più in alto, sparendo alla vista senza il minimo incidente. Miliardi di persone invidiarono gli «angelini», per quanto strippati come sardine e a corto di razioni fossero.

I demolitori di San Francisco - la cui capsula era saltata fuori per seconda dall'urna - entrarono subito nella città degli angeli per tirarne fuori i rottami di acciaio che il loro volo a Venere avrebbe richiesto. Gli elettori del senatore Hull-Mendoza non potevano fare di meno.

Il presidente del Messico, vivamente allarmato (per via ipnotica) da quell'estensione dell'imperialismo yan qui al di là della stratosfera, lanciò il proprio programma per la colonizzazione di Venere.

Dall'altra parte dell'oceano, fu l'Inghilterra contro l'Irlanda, la Francia contro la Germania, la Cina contro la Russia, l'India contro l'Indonesia. Gli antichi odi si riaccesero e divennero le immense fiammate delle astronavi lanciate all'assalto dei cieli centinaia al giorno.

 

Caro Ed, come stai? Sam ed io stiamo bene e speriamo che tu stia bene. È bello laggiù come hanno detto, con il cibo e i vestiti che crescono sugli alberi? Ieri sono andata in macchina fino a Springville e mi è parsa proprio strana con tutti gli edifici abbattuti, ma naturalmente ne è valsa la pena, dobbiamo tenere al loro posto quegli sporchi messicani. Avete guai con loro, su Venere? Mandami una riga non appena puoi. La tua amata sorella, Alma.

 

Cara Alma, sto bene e spero che tu stia bene. È un bel posto, qui, con un bel clima, e la vita è comoda. Oggi il dottore mi ha detto che sembro ringiovanito di dieci anni. Lui pensa che ci sia qualcosa, in quest'aria, che fa restare giovane la gente. Qui non abbiamo molti problemi con quegli sporchi messicani, si tengono sulle loro ed è soltanto questione che noi siamo più numerosi di loro a rivendicare i migliori posti per gli americani. A South Bay conosco un'isoletta che ho messo da parte per te e Sam con un sacco di alberi di lenzuola e cespugli di prosciutto. Spero di rivedere te e Sam molto presto. Il tuo amato fratello Ed.

 

Sam e Alma partirono ben presto.

Il Propo ricavò un lauto dividendo da ogni nazione, dopo che l'emigrazione ebbe superato la metà. Quelli che erano rimasti soli a casa non riuscirono a sopportare la melanconia della densità così ridotta della popolazione: erano stati condizionati a vivere in mezzo a sciami brulicanti di loro simili. A questo punto fu possibile rifilare i posti più spogli e duri ai potenziali emigranti: a loro non importava più.

Black-Kupperman eseguì un ultimo lavoro sul presidente Hull-Mendoza, l'ultimo lavoro che quel genio dell'ipnotismo avrebbe fatto su qualunque idiota, importante o no che fosse.

Hull-Mendoza, colto dal panico a ritrovarsi presidente d'una nazione che si stava svuotando, si unì ai suoi elettori. L'Independence,a bordo della quale viaggiava il governo nazionale americano, era la più elaborata di tutte le navi spaziali; era la più grande, la più comoda, con uno splendido, anche se angusto, soggiorno, e gabinetti separati per senatori e deputati. Anche questa nave, comunque, andò nello stesso posto delle altre, e Black-Kupperman si uccise, lasciando un biglietto nel quale dichiarava «non posso più vivere con la mia coscienza».

Il giorno successivo a quello della partenza del presidente americano, Barlow fu colto da un violento accesso di collera. Sulla sua scrivania, concepita appositamente per lui, avrebbero dovuto affluire tutti i più importanti e riservati documenti concernenti il Propo, e questa faccenda, invece - questa cosa offensiva - chiamata Terminal Propo, a quanto pareva, era arrivata alla fase esecutiva senza che lui avesse potuto darci anche una sola occhiata!

Suonò per chiamare Rogge-Smith, il suo esperto in statistica. Rogge-Smith doveva essere perfettamente al corrente della cosa. Terminal Propo pareva riguardare le prime, seconde e terze fasi derivate, qualunque cosa fossero. Barlow diffidava profondamente di qualunque cosa più complessa di quella che lui definiva «una media».

Rogge-Smith si era appena affacciato alla porta, quando Barlow abbaiò: «Che cosa diavolo significa questa storia? Perché non sono stato consultato? Fino a che punto siete arrivati, e perché avete lavorato su una cosa che prima non era stata autorizzata da me?»

«Non volevamo importunarla, capo» replicò Rogge-Smith. «Si trattava soltanto d'una questione tecnica, una specie di riassettamento finale. Vuol venire a vedere con i suoi stessi occhi?»

Ammorbidito, Barlow seguì il suo esperto di statistica lungo il corridoio.

«Comunque non avreste dovuto andare avanti senza la mia approvazione» brontolò ancora. «Dove sareste finiti, senza di me?»

«Proprio così, capo. Non ci saremmo mai riusciti da soli: il nostro cervello, semplicemente, non è in grado di funzionare così. E tutta quella roba che lei sapeva su Hitler... a noi non sarebbe mai venuta in mente. E neanche al povero Black-Kupperman».

Giunsero in una vasta officina meccanica, all'estremità d'un piano leggermente inclinato. Faceva freddo. Rogge-Smith schiacciò un pulsante che mise in moto un motore, e un'ondata di luce artica si riversò all'interno quando il tetto si aprì lentamente. La luce illuminò una piccola astronave col portello spalancato.

Barlow sgranò gli occhi, a bocca aperta. Rogge-Smith l'afferrò per il gomito, mentre comparivano gli altri suoi ragazzi: Swenson-Swenson, l'ingegnere; Tsutsugimushi-Duncan, l'esperto di propellenti: Kalb-French, addetto alla pubblicità.

«Salga dentro, capo» l'invitò Tsutsugimushi-Duncan. «Questo è il Terminal Propoo».

«Ma io sono il Direttore del Mondo!»

«Ci può scommettere, capo. Il suo nome verrà riportato su tutti i libri di storia, ne può star certo... ma questo è necessario, temo».

Il portello venne chiuso. Una crudele accelerazione sbatté Barlow contro il pavimento metallico. Qualcosa si ruppe, e una sostanza calda, umida, che sapeva di sale, gli gocciolò dalla bocca sul mento. La luce del sole artico, attraverso un oblò, divenne d'un tratto una lancia penetrante che gli pugnalò gli occhi: era fuori dell'atmosfera.

Mentre giaceva, il corpo contorto e lacerato dall'accelerazione, Barlow si rese conto che certe cose non erano cambiate, che Jack il killer non veniva mai invitato a cena, anche se lo pagavate a peso d'oro perché facesse il suo sporco lavoro, e che il delitto paga soltanto per poco, ma alla fine, inesorabilmente, lo si sconta.

L'ultima cosa che imparò, è che la morte è la fine di ogni dolore.